Tutti quanti, anche se non sono preparati sull’opera lirica, hanno sentito parlare almeno una volta de La Traviata e hanno sentito anche senza saperle attribuire a quest’opera le arie più famose, come Libiam ne’ lieti calici e Sempre libera degg’io, che si sono diffuse ben oltre il palcoscenico di un teatro, diventando quasi un luogo comune, un’associazione alle feste e al divertimento. Questa è una conseguenza lontana di come La Traviata sia rimasta nel cuore delle generazioni successive a Verdi, restando ancora oggi l’opera che non manca quasi mai in ogni stagione lirica teatrale che si rispetti.

Ovviamente se rimaniamo nel campo della notorietà, non è solo quest’opera ad essere stata nominata almeno una volta da tutti, ma anche molte altre, come l’Aida, la Turandot, il Rigoletto e così via tanti capolavori.

Ciò che rende La Traviata così speciale è il personaggio di Violetta Valéry, la protagonista, l’eroe e l’antieroe della vicenda. La storia è tratta dal dramma teatrale La signora delle camelie, a sua volta basata sul romanzo omonimo e biografico di Alexandre Dumas, che racconta la storia d’amore tra lui e una prostituta di alto borgo. La prima dell’opera lirica avvenne il 6 marzo 1853 al Teatro La Fenice di Venezia, quasi dieci anni dopo il romanzo di Dumas, ma non ottenne successo. Perché?

L’intento di Giuseppe Verdi era quello di rappresentare la vicenda nell’Ottocento, quindi contemporanea a lui e agli spettatori e già questa scelta, mai fatta prima, destò scandalo, tanto che dovette scendere a compromessi con la censura, spostandola al Settecento ma senza parrucche. Senza queste ultime, l’impatto sul pubblico non risultava comunque così lontano nel tempo, nonostante il linguaggio arcaico utilizzato dal librettista Francesco Maria Piave. L’altro elemento di disturbo era proprio Violetta, una prostituta di alto borgo, l’emblema della società ottocentesca permeata di erotismo, in cui la donna era libera di sprigionare la sua sessualità ma allo stesso tempo era prigioniera di povertà e malattie, e quindi ingannatrice di uomini per poter campare.

Violetta rappresentava un pericolo, perché per la prima volta veniva esternato ciò che si sapeva, ma che non si diceva;

Violetta è una denuncia della società borghese ipocrita, della quale ne rimane anche vittima. Inoltre, lei è il primo personaggio che muore di malattia, e per di più muore di tisi, maggiormente diffusa in quell’epoca: tra il pubblico di quella sera del 1853 c’era sicuramente una grandissima parte che aveva un parente, un amico o un conoscente affetto da quella malattia e Verdi ne illustra realisticamente tutte le fasi, accelerando musicalmente tutte le parti di Violetta, perché con poco fiato doveva cercare di dire più parole possibili.

Violetta muore perdonando il padre dell’amato Alfredo che li aveva separati con l’inganno, muore tra le braccia di Alfredo dopo aver chiarito ogni disguido, muore dimenticata dagli amici ipocriti, muore senza pentirsi di nulla perché non ha niente di cui pentirsi. Ecco perché è così vicina a noi: certamente adesso non moriamo più di tisi, ma la malattia è ancora la causa più comune di morte e quella che ci fa più paura; noi siamo dalla parte di Violetta perché in fondo la società ottocentesca assomiglia ancora un po’ alla nostra, tutti noi abbiamo qualcosa da smascherare, da voler cambiare all’interno di un sistema, molte donne sono ancora oggetto di consumo e Violetta è la portavoce sempre attuale di ogni vittima della società e per tal motivo resterà sempre immortale.

( Nelle immagini : il manifesto originale della prima dell’opera alla Fenice di Venezia; il soprano Anna Netrebko nel ruolo di Violetta Valéry e il tenore Rolando Vilazòn nel ruolo di Alfredo Germont nella rappresentazione della Traviata nel 2005 )

 

Marianna Alfieri

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