Situata in via della Lungara, nel rione Trastevere, la Villa Farnesina è un delizioso scrigno che racchiude lo splendore della ricca società cinquecentesca romana, impersonata dalla figura di Agostino Chigi, uno dei più ricchi banchieri europei. Qui l’arte, per mano di Raffaello, Sebastiano del Piombo, Giulio Romano, Sodoma, Baldassarre Peruzzi e altri, si fa portavoce non solo della fortuna del mecenate, ma anche della sua vita privata, dei suoi amori riusciti e rifiutati, il tutto racchiuso in una vena di magnificenza e grazia, di gentilezza e di gloria.

La Villa Farnesina nel tempo

Il nome “Farnesina” non si riferisce al proprietario originario. Inizialmente, infatti, si chiamava Villa Chigi, costruita dal 1506 al 1512 dal famoso architetto Baldassarre Peruzzi per il ricco banchiere senese Agostino Chigi.

Baldassarre Peruzzi

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1520, la villa cadde in uno stato di abbandono e venne privata degli arredi e delle opere d’arte. Nel 1580, fu acquistata dal cardinale Alessandro Farnese ed ecco che l’edificio prese il nome attuale. Nel 1714, invece, divenne di proprietà dei Borbone di Napoli, che se ne disinteressarono, finché nel 1864 fu concessa in usufrutto perpetuo a un nobile ambasciatore spagnolo, Bermudez de Castro, che promosse una serie di consistenti restauri.

Il cardinale Alessandro Farnese in un dipinto di Tiziano

Dal 1927, la villa appartiene allo Stato italiano. Mussolini la fece restaurare nel 1929-1942 per destinarla all’Accademia d’Italia, mentre altri restauri ci furono nel 1969-1983. Oggi è utilizzata dall’Accademia dei Lincei come sede di rappresentanza e ospita, al primo piano, il Gabinetto nazionale delle stampe.

 

La figura di Agostino Chigi

Agostino Chigi è stato uno dei più ricchi banchieri d’Europa, a stretto contatto con i tre papi più importanti del primo Cinquecento: Alessandro VI Borgia, Giulio II della Rovere e Leone X de’ Medici. Di origine senese, ebbe la fortuna di fare pratica presso gli Spannocchi, che proprio in quel periodo entrarono nelle grazie di papa Borgia, sostituendo i Medici nella gestione delle finanze del Vaticano.

           

Riuscì ad emergere agli occhi del papa, così finanziò le sanguinose imprese belliche del figlio Cesare Borgia, prestò denaro a Piero de’ Medici e nel 1502 fondò a Roma il Banco Chigi assieme al padre e ad un amico, entrando in contatto con i nomi più importanti del primo Cinquecento. Organizzò delle sfarzose feste in Vaticano per divertire i papi, iniziando così la sua opera di mecenatismo. Proprio in questo periodo, infatti, ordinò la costruzione sulla riva destra del Tevere della Villa Chigi, che presto divenne uno dei luoghi più frequentati da artisti e uomini di potere dell’epoca.

Prese come amante la bellissima e raffinata cortigiana Francesca Ordeaschi, conosciuta a Venezia. In breve tempo, Francesca entrò ufficialmente nella splendida Villa Chigi, divenendone a tutti gli effetti la première dame, poi la moglie e la madre di ben cinque figli. Agostino morì nel 1520 e, dopo un funerale trionfale, fu sepolto nella cappella di famiglia fatta erigere da Raffaello, nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma.

Sebastiano del Piombo, Dorotea, presunto ritratto di Francesca Ordeaschi

 

L’architettura della villa

L’edificio, progettato dal grande architetto Baldassarre Peruzzi, si sviluppa su due piani e presenta una pianta a ferro di cavallo, che si apre verso il giardino all’italiana con le due ali che delimitano una loggia centrale, la famosa Loggia di Psiche, che serviva da palcoscenico per le feste e le rappresentazioni teatrali organizzate dal proprietario.

Pianta della villa al piano terra

L’edificio si rivela nel complesso più sobrio rispetto alle soluzioni architettoniche in voga nella Roma di quel tempo, con facciate in bugnato, archi, colonne e rivestimenti in marmo. La scelta di Peruzzi per Villa Chigi, infatti, attraverso due ordini di lesene, fregi decorati a rilievo con putti e ghirlande, superfici affrescate (quest’ultime presenti oggi in flebili tracce), è stata quella di conferire più leggerezza che imponenza, in linea con la funzionalità dell’edificio, simbolo sì della ricchezza di Agostino, ma ambiente dedicato ai divertimenti e al riposo, non al potere.

 

Le stanze interne

Per la decorazione interna, Agostino Chigi poté permettersi di chiamare gli artisti più in voga del momento: Raffaello Sanzio, Sebastiano del Piombo, Giulio Romano (a quel tempo allievo di Raffaello) e Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma. La scelta iconografica è di impronta classica, tra mitologia e storia, il tutto però connotato di un significato allegorico, mirato a celebrare la fortuna, la ricchezza e gli amori del proprietario.

 

La loggia di Psiche

Adesso la loggia di Psiche è preceduta da un atrio ottocentesco, ma in origine era aperta sul grazioso giardino all’italiana. L’intento artistico era, infatti, quello di creare una sorta di continuazione con lo spazio verde, affrescando un intreccio di festoni vegetali che formano un pergolato di fiori e frutta, attraverso il quale si intravede l’azzurro del cielo. Da questi intrecci, sapientemente realizzati da Giovanni da Udine, allievo di Raffaello, sono state riconosciute circa duecento specie botaniche, tra le quali numerose piante importate dall’America, scoperta solo pochi anni prima.

All’interno di questa struttura vegetale, Raffaello e i suoi allievi affrescano la vicenda di Amore e Psiche, tratta dall’Asino d’oro di Apuleio. Il ciclo si divide in due grandi storie centrali, il concilio degli dei e il banchetto nuziale, realizzati come se fossero degli arazzi tesi, mentre nei pennacchi e nelle vele vi sono amorini e alcuni estratti della vicenda con Venere, Giove e altri dei.

Alcuni studiosi hanno voluto mettere in relazione Psiche con Francesca Ordeaschi, che da amante e cortigiana di Agostino Chigi si elevò di rango diventandone la moglie e la madre dei loro figli, così come Psiche, amata dal figlio di Venere, salì sull’Olimpo attraverso il banchetto nuziale.

 

La sala del Fregio

Segue a sinistra la sala del Fregio, forse uno studiolo del committente. Le pareti vuote, alle quali erano forse appesi arazzi, vennero affrescate solo nella fascia superiore dall’architetto Baldassarre Peruzzi, con piccole scene mitologiche monocrome raffiguranti le Imprese di Ercole e altri episodi mitici, tratti dalle Metamorfosi di Ovidio. L’interpretazione complessiva è generalmente riferita al contrasto tra ragione e passione.

 

Il trionfo di Galatea

Sempre al piano terra si trova la stanza di Galatea, affrescata da Sebastiano del Piombo e da Raffaello, mentre il soffitto del Peruzzi raffigura allegoricamente l’oroscopo di Agostino Chigi, segnalando che la sua fortuna era scritta nelle stelle. Sebastiano realizza le lunette del soffitto e Polifemo sulla parete laterale, mentre il Sanzio si occupa del trionfo di Galatea, nello stesso periodo in cui affresca le prime due stanze vaticane per Giulio II.

   

Siamo nel culmine della vicenda mitologica riportata da Teocrito, Ovidio e Apuleio. La nereide Galatea ha appena rifiutato l’amore di Polifemo e fugge soddisfatta tra le onde, su un cocchio a forma di capasanta trainato da due delfini e dal fanciullo Palemone, circondata da creature marine e minacciata da amorini pronti a scagliare le loro frecce su di lei. Galatea, però, volge uno sguardo d’intesa all’amorino che nasconde le frecce dietro una nuvola, simbolo dell’amore platonico.

Raffaello riesce a mitigare gli influssi michelangioleschi che danno volume e tensione ai corpi con la grazia e la naturalezza che lo hanno sempre contraddistinto, con l’aggiunta di una buona conoscenza dell’arte antica, come il contrasto tra il verde intenso del mare e il rosso pompeiano della veste della nereide.

Una leggenda vuole che Michelangelo riuscì ad entrare nel cantiere di nascosto e ad osservare l’affresco del suo rivale, per poi lasciare come firma una testa di giovane in carbone sulla lunetta del soffitto. In realtà quella testa è del Peruzzi, probabilmente per soddisfare un capriccio del Chigi.

Ma chi simboleggia Galatea? Forse Margherita Gonzaga, che secondo i piani del padre Francesco, doveva andare in sposa proprio ad Agostino Chigi, in modo che lui diventasse nobile e i Gonzaga mettessero le mani negli affari del banchiere più gettonato del momento. Poiché Francesco Gonzaga temporeggiava con il contratto e Margherita non provava alcun interesse per Agostino, il nostro mecenate mandò tutto all’aria e scelse Francesca come sua amante. Come Margherita rifiuta Agostino, così Galatea respinge Polifemo.

 

La sala delle prospettive

Al piano superiore si trova la sala delle prospettive, dipinta illusionisticamente da Baldassarre Peruzzi e aiuti, come se fosse una loggia. Qui Agostino Chigi tenne il suo banchetto nuziale con Francesca Ordeaschi.
Sulle pareti laterali, Peruzzi dipinse due finte logge con colonne e archi, affacciate su vedute di Roma, tra cui una vista di Trastevere e una agreste, mentre sui fregi delle scene mitologiche.

 

La sala delle nozze di Alessandro e Rossane

Accanto alla sala delle prospettive, vi era la camera da letto di Chigi e della sua consorte, decorata ad affresco dal Sodoma, con scene della vita di Alessandro Magno. Intuibile è l’accostamento del grande condottiero al Chigi, per sottolinearne la gloria e la fortuna in chiave classica.

In quanto camera patronale, predominante è anche la celebrazione delle nozze tra Alessandro e Rossane, che occupa un’intera parete, alludendo sempre a quelle tra Agostino e Francesca. Qui il Sodoma ha voluto riprodurre fedelmente un antico dipinto greco della vicenda, eseguito dal pittore Aezione, andato perduto ma descritto da Luciano di Samostata.

 

Fortuna, ricchezza, amori trionfali, amori rifiutati, sfarzo e divertimento, ma anche grazia e raffinatezza. Villa Chigi è proprio uno scrigno che racchiude la vita di un ricco banchiere, di un abile mecenate, di un uomo di mondo e la sua anima resterà sempre tra le mura della sua villa, anche se ha cambiato nome e proprietari.

 

Marianna Alfieri

 

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