Mi piace definire la città di Napoli come un prezioso scrigno di tesori, in cui epoche e culture diverse e distanti cronologicamente trovano l’incastro perfetto, creando un’armonia ancestrale e allo stesso tempo aperta a nuovi innesti.

Napoli ingloba, accoglie e si rigenera costantemente, mantenendo però inalterata la sua natura millenaria. Un esempio che raffigura tutto questo secondo me è il sottosuolo di questa magnifica città: una vasta rete di cunicoli, gallerie, acquedotti e spazi scavati e utilizzati dall’uomo da diversi secoli avanti Cristo fino a qualche anno dopo la Seconda guerra mondiale.

I reperti sotterranei risalgono all’era preistorica ma è nel III secolo a.C. che i Greci cominciano a scavare, sia in superficie per ricavare materiale per templi e mura della loro Neapolis, sia più in profondità per cimiteri sotterranei (alcune tombe sono visibili ad esempio nel Rione Sanità).

Sono però i Romani che soprattutto in epoca augustea costruiscono un sistema di acquedotti incredibile, dotato di una complessa rete che arrivava fino a Miseno, per alimentare la Piscina mirabilis, una cisterna grande quanto una cattedrale che fu la riserva d’acqua della flotta romana e che oggi brilla del verde dei muschi e trionfa nella sua immutabile maestosità.

Successivamente, i primi cristiani vi costruirono le catacombe e a metà Ottocento i Borbone fecero creare un’imponente galleria che sarebbe servita come via di fuga per la famiglia in caso di tumulti. Durante la Seconda guerra mondiale, le gallerie ipogee vennero usate dalla popolazione come rifugio dagli attacchi aerei e ancora oggi ci sono graffiti e oggetti come testimonianza agghiacciante di quei momenti terribili.

E oggi?

Napoli sotterranea è in parte visitabile e in più due grandi iniziative fanno convivere passato e futuro: frequenti mostre di arte contemporanea in sintonia con l’ambiente ospitante e gli orti ipogei. Questi ultimi nascono alla vigilia dell’Expo 2015 dedicato all’alimentazione del Pianeta Terra: un orto a 40 metri di profondità, lontano da smog, piogge acide e qualunque forma di inquinamento, dove vengono coltivate sia piante annuali come il basilico, sia biennali come il prezzemolo, sia aromatiche come il rosmarino e le bacche di Goji ma non mancano i frutti come fragole e melograno. Non hanno bisogno di innaffiamento perché si raggiunge il 99% di umidità e la luce è garantita dalle 6.00 alle 20.00 tramite speciali lampade con timer che garantiscono la trasformazione dell’anidride carbonica in glucosio e ossigeno e quindi la loro naturale sopravvivenza.

Ancora adesso gli orti ipogei sono oggetto di studio dalla comunità scientifica e mentre si discute se possano essere una buona soluzione per ridurre l’inquinamento, senza dubbio si può confermare ciò che ho detto all’inizio, cioè che la continua sinergia tra passato e futuro fa di Napoli un meraviglioso scrigno di meraviglie e di magnifiche sorprese tutte da visitare e scoprire.

 

Marianna Alfieri

 

Comments

comments

Share: