“In genere, il jazz è sempre stato come quel tipo d’uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia”.


Così dice Duke Ellington, uno dei massimi esponenti di questo genere musicale che nasce nell’Ottocento tra le piantagioni di cotone come canto degli schiavi afroamericani e si sviluppa a New Orleans con le jam session e le prime jazz band sintetizzando influenze musicali sia europee che africane, per poi modificarsi e specializzarsi in diversi stili e sottogeneri nel corso dei decenni e dei secoli fino ai giorni nostri.

Il jazz quindi nasce come ribellione, come libertà di espressione e quando si mescola allo swing negli anni Trenta del Novecento diventa popolare, commerciale, ballabile, trasformandosi nel simbolo del divertimento e delle trasgressioni, praticamente ciò che oggi incorpora la discoteca.

È in questo contesto che entra in gioco ciò che voglio raccontarvi oggi:
in pieno periodo bellico i locali e le case discografiche americane decidono di far dimenticare la guerra e i problemi sociali, tra cui l’apartheid nei confronti dei neri; a questo scopo operano le più grandi orchestre swing, come quelle di Benny Goodman e Glenn Miller, formate da musicisti prevalentemente bianchi che impediscono a quelli neri di trovare lavoro.

Per protestare contro questo ennesimo episodio di discriminazione e per abbattere quell’atmosfera ipocritamente sorridente, alcuni giovani musicisti neri tra i locali di New York cominciano a suonare di notte, dopo le esibizioni delle big band bianche: si riuniscono così al Minton’s il chitarrista Charlie Christian, il pianista Thelonious Monk, il trombettista Dizzy Gillespie, il batterista Kenny Clarke e l’altosassofonista Charlie Parker che liberi da ogni impostazione orchestrale, sperimentano nuove soluzioni musicali, fino a creare quel genere del jazz che verrà presto chiamato Bebop.

Essendo un movimento volutamente di nicchia, molte delle innovazioni non furono messe per iscritto, né registrate; Parker e Gillespie vengono ritenuti tra i fondatori, ma secondo molte testimonianze fu grazie a Dizzy se quella musica fu scritta, permettendone una discreta diffusione oltre che passare alla storia. Il grande spazio lasciato alle improvvisazioni, i ritmi veloci, le melodie scattanti, nervose e dissonanti che caratterizzano il bebop divennero il simbolo anche dello stile di vita ribelle in cui i giovani letterati della Beat Generation si riconoscevano. Soprattutto, però, era il manifesto dei musicisti neri che si riappropriavano delle loro origini, del jazz che era una loro creazione, che aveva una radice di rivoluzione e libertà e che non aveva nulla a che vedere con la spensieratezza e la goliardia inserita in un secondo momento dalle orchestre bianche.

Il bebop ebbe vita breve e non fu compreso da tutti; molti musicisti collaborarono con i primi “bopper”, come Miles Davis e Sara Vaughan, ma vi restarono solo qualche mese. Pian piano anche gli stessi membri presero strade diverse col passare degli anni, seguendo le varie correnti che il jazz assumeva. Parker morì giovanissimo per la droga e Dizzy Gillespie fu l’unico a rimanere fedele al bebop per tutta la sua lunga carriera, inserendolo nelle sue nuove composizioni influenzate dalla musica cubana.
Oggi, nonostante il jazz abbia conosciuto diverse correnti, il bebop viene considerato come il suo principale idioma e ancora oggi viene ripreso dallo stile mainstream. Il jazz, dunque, non ha mai perso la sua anima fresca, frizzante, giovane e ribelle e sarebbe bello se si aggiungesse alla playlist dei giovani, che ancora hanno tanto di cui ribellarsi.

Marianna Alfieri

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