Tutti conosciamo Isaac Newton per le sue grandi scoperte e come il fondatore della scienza moderna, perché si attiene soltanto ai dati sperimentali e alla logica. Dietro questa immagine austera e rigorosa, però, si cela un lato oscuro che va addirittura in contrasto con il suo metodo, scoperto quasi tre secoli dopo e reso pubblico soltanto quindici anni fa.

Il Newton scientifico

“Hypotheses non fingo” diceva, ovvero “non costruisco ipotesi arbitrarie”, non immaginava situazioni diverse da quelle sperimentate scientificamente.

Nella sua opera più importante, I principi matematici di filosofia naturale (1687 e 1713), stabilisce innanzitutto il suo metodo scientifico, segnando l’avvento della scienza moderna:

  • Per spiegare la natura sono necessarie solo le cause vere (sperimentate) che bastano a spiegare i fenomeni, senza aggiunte di alcun tipo.
  • Alle stesse cause corrispondono gli stessi effetti.
  • Le qualità dei corpi devono essere ritenute qualità di tutti i corpi.
  • Le teorie ricavate dai fenomeni devono essere considerate vere finché non intervengono altri fenomeni che le confermino o le confutino.

I principi matematici di filosofia matematica: copia dello stesso Newton con correzioni di sua mano, in vista della seconda edizione del 1713

Inoltre, nella stessa opera stabilisce anche il suo sistema del mondo, in cui sono presenti le sue scoperte più conosciute, come la legge di gravitazione universale. Questa formula si applica su qualsiasi corpo in rapporto con la Terra e quindi segna un passaggio importantissimo nella nostra storia, perché permette una lettura integrale dei fenomeni fisici della natura, senza dividere più la fisica terrestre da quella celeste, divenendo così il paradigma della fisica classica.

Legge di gravitazione universale: nell’universo due corpi si attraggono in modo direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza.

Newton inoltre conduce anche studi di ottica, allargando così il suo campo di azione, fornendo i suoi contributi a tutto tondo.

Il Newton ambiguo

Gli studiosi di Newton si sono resi conto fin da subito che il grande scienziato avesse un atteggiamento ambiguo nei confronti del mondo conoscibile.

Esaminando gli scritti messi alle stampe e le epistole che scriveva ai suoi allievi hanno notato delle discrepanze, come ad esempio l’azione a distanza tra sistemi planetari che genera le maree: negli scritti pubblicati esiste un’azione a distanza, mentre nelle lettere no, ma visto che non è dimostrabile tiene l’idea per sé.

Più scottante è il rapporto tra scienza e religione: nelle opere risalenti fino al 1713 separa nettamente i due campi, mentre nei manoscritti e nella seconda edizione dei principi matematici dichiara che Dio interviene costantemente nel mondo fisico, distinguendo quindi i due campi ma senza separarli. Per lui la scienza ha la principale funzione di dimostrare l’esistenza di Dio come sorgente che anima la natura, in quanto la struttura del cosmo, così armonica e complessa, deve per forza essere opera di un architetto divino.

Newton quindi inserisce Dio nella fisica e questo da un lato fa capire la stretta alleanza tra chiesa anglicana e scienza che vi era a quell’epoca, dall’altro storicizza questa figura, rivalutando la sua posizione di fondatore della scienza moderna, senza però ovviamente strappargli il titolo, pur sempre meritato.

La scoperta: il Newton oscuro

Soltanto negli anni quaranta del Novecento gli studiosi scoprirono il lato oscuro di Newton, grazie alla donazione dell’economista John M. Kents all’università di Cambridge di alcune pagine manoscritte dello scienziato, in cui vi erano studi alchemici e biblici.

Il Trinity College a Cambridge, dove Newton si diplomò.

L’alchimia non era considerata una scienza vera e propria ma per Newton era l’unica strada per indagare sui problemi della costituzione ultima della materia.

Più sconvolgente è però lo studio del testo biblico: non tanto perché inserisce Dio nella fisica ma perché risulta così conservatore da andare contro l’evidenza scientifica. Mentre infatti nello stesso periodo il suo collega Robert Hooke aveva dimostrato l’esistenza della Terra da milioni di anni grazie allo studio dei fossili, Newton continuava a sostenere la cronologia biblica, secondo cui la Terra esiste dalla creazione del mondo da parte di Dio e ha un periodo di vita di 6000 anni.

 

Proprio attraverso uno studio approfondito delle Sacre Scritture, personale e non destinato alla pubblicazione, Newton ha anche profetizzato la fine del mondo, datandola al 2060. Secondo lui la Bibbia contiene dei riferimenti cronologici precisi che solo gli eletti possono decifrare, ma il suo intento, come specifica nel foglietto del 1704 in cui è stata trovata la profezia, non è quello di pubblicare la data esatta dell’Apocalisse, ma di porre fine alle congetture fantasiose di molti uomini che non fanno altro che diffondere preoccupazioni inutili e ad andare contro le Sacre Scritture.

Foglio del 1704 in cui è stata trovata la profezia di Newton sulla fine del mondo nel 2060.            

Inoltre il 2060 rappresenta un confine, una data minima, in quanto il mondo potrebbe terminare anche dopo ma di certo non prima. Soltanto negli anni ottanta la BBC ha trasmesso un documentario con tutte queste nuove scoperte e solo nel 2003 gli scienziati britannici hanno pubblicato la notizia della profezia.

Visto che i Maya hanno dimostrato di avere torto, per gli appassionati resta da appigliarsi a Newton, mentre per quanto mi riguarda posso far notare quanto sia sorprendente scoprire i diversi lati di una personalità storica importante, dimostrando quanti territori della storia siano ancora da scoprire.

 

Marianna Alfieri

 

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