Una storia d’amore che sembra quella di una tragedia teatrale, di un romanzo o di un film, ma che è accaduta veramente, nel XII secolo, diventando una fonte di ispirazione nell’arte e nella letteratura, emozionando ancora oggi per la forza dell’intelletto, la libertà di amare e di pensare, la lotta contro la società e il conflitto tra le passioni e i doveri presi. Quella di Abelardo ed Eloisa è una storia d’amore che non conosce il passare del tempo.

Chi è Abelardo

Pietro Abelardo è stato un grande filosofo e teologo francese, temibile avversario di Bernardo da Chiaravalle, maestro di Arnaldo da Brescia, Giovanni di Salisbury, Ottone di Frisinga (zio di Federico II) e del futuro papa Alessandro III. Bello, colto, affascinante, sicuro di sé, attirava tantissime persone ad ascoltarlo e portava avanti le sue idee anche quando veniva accusato di eresia, guadagnandosi il soprannome di Golia, che all’epoca aveva una connotazione demoniaca. Egli, però, provocatore e di un’acume intellettuale non indifferente, andava fiero di quell’attribuzione. Non trovando posto come maestro nella prestigiosa Scuola della Cattedrale di Parigi, ne fondò una nuova, sul colle di Saint-Géneviève, destinata a diventare l’università della Sorbona.

Statua di Abelardo al Louvre di Parigi

 

Chi è Eloisa

Eloisa è stata una religiosa, badessa e letterata francese. Fin da adolescente, fu affidata allo zio Fulberto, canonico di Notre-Dame, per studiare poi nel monastero di Argenteuil. Eccelleva in tutte le discipline che imparava, diventando una donna colta e intelligente, così tanto da attirare l’attenzione di Pietro il Venerabile, l’abate del grande monastero di Cluny, che scrisse quanto Eloisa fosse, fin da studentessa, “celebre per erudizione”. Dopo lo scandalo della relazione con Abelardo, fu cacciata dal monastero di Argenteuil, per poi diventare badessa dell’oratorio del Paracleto, fondato da Abelardo, trasformandolo in uno dei più importanti centri culturali della Francia nord-orientale.

Edmund Blair Leighton, Eloisa e Abelardo, dettaglio

 

La storia d’amore 

 

L’irrefrenabile passione

Galeotto fu Fulberto, lo zio di Eloisa, che, per garantire alla nipote un’istruzione qualitativamente elevata, chiamò nel 1117 Pietro Abelardo, tornato a Notre-Dame, per darle delle lezioni di filosofia. Lei, diciassettenne, già colta e istruita, in grado di tenere testa alle conversazioni filosofiche del suo maestro, quasi quarantenne, al culmine della sua carriera: immediatamente arse il fuoco di una passione irrefrenabile, che consumò ogni secondo di ogni lezione.

 

La vergogna, l’amore e il rapimento

Abelardo, ormai abbandonatosi ai piaceri della lussuria, dedicava le notti all’amore e il giorno alle lezioni, che diventarono fredde e poco accurate. Inoltre, compose delle poesie d’amore per la sua Eloisa, subito apprese e cantate dagli studenti che oramai avevano capito il tumulto interiore che turbava il loro maestro. Tutti ormai a Parigi lo sapevano, tranne l’incredulo zio Fulberto, che per convincersi dovette sorprendere i due amanti nella stanza. Una volta superato il periodo della vergogna, i due continuarono a vedersi di nascosto e a lasciarsi trasportare dalla passione, finché Eloisa non scoprì di essere incinta. A quel punto, Abelardo la rapì una notte e la portò in Bretagna dalla sorella, finché non partorì loro figlio, Astrolabio, “colui che abbraccia le stelle”.

Jean Vignaud, Eloisa e Abelardo sorpresi da Fulberto

 

Il matrimonio e la vendetta

Lo zio Fulberto divenne quasi pazzo dalla rabbia, così Abelardo decise di riappacificarsi con lui proponendo di sposare Eloisa, a condizione che rimanesse un segreto per non danneggiare la sua fama. Fulberto accettò, ma Eloisa era contraria al matrimonio, sia perché avrebbe esposto Abelardo al pericolo di danneggiare la sua carriera, sia perché conosceva molto bene lo zio, il quale secondo lei non si sarebbe accontentato di questo per sentirsi in pace. E aveva ragione, Eloisa. Dopo il matrimonio, Fulberto diffuse la notizia violando i patti presi e così Abelardo, per proteggere Eloisa, la mandò nel monastero di Argenteuil, dove era stata educata. Pensando che volesse liberarsi di lei, Fulberto colse l’occasione, una notte, di evirare Abelardo nel sonno, con l’aiuto di altri due uomini, tra cui il servo del nostro filosofo. Questi ultimi furono trovati e puniti con l’evirazione, mentre Fulberto fu solo sospeso dai suoi incarichi.

 

Neanche la morte li separa

Abelardo ed Eloisa si rinchiusero in un monastero e presero i voti, lui a Saint Denis, lei ad Argenteuil, anche se costretta dal suo amato. Durante questo lungo periodo, i due amanti non smisero mai di scriversi lettere, dove nelle ultime, Abelardo chiese ad Eloisa di farsi seppellire accanto a lui, quando sarebbe stato il momento. E così fu: furono sepolti insieme all’esterno del Paracleto, trasferiti poi nell’Ottocento a Parigi, nel cimitero del Pére-Lacheise, dove riposano in pace ancora oggi.

 

La letteratura 

La storia delle mie disgrazie

Ciò che ha permesso di descrivere questa storia d’amore in modo così dettagliato, come se fosse un romanzo, nonostante sia accaduta nel XII secolo, non è altro che la testimonianza diretta degli stessi Eloisa e Abelardo: non solo le lettere che i due amanti si sono inviati mentre erano in monastero, ma anche l’Historia calamitatum mearum, la “Storia delle mie disgrazie“, l’autobiografia di Abelardo. Sulla falsa riga di una lettera, indirizzata ad un amico non identificato, egli racconta la travagliata storia della sua vita: i successi e la gloria dovuti allo studio e al talento; le disgrazie e i torti subiti, a causa dell’invidia e del fatale incontro con la giovanissima Eloisa, l’amore della sua vita e la sua condanna.

Eloisa e Abelardo in una miniatura del XIV secolo

Descrive così l’irrefrenabile passione:

Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d’amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi; la mano correva più spesso sul seno che ai libri“;

Ogni volta che la nostra passione poté inventare qualcosa di insolito, subito lo provammo, e quanto più eravamo inesperti in questi piaceri tanto più ardentemente ci dedicavamo ad essi e non ci stancavamo mai“.

Così scrive Eloisa nelle lettere:

Le immagini oscene di quelle voluttà si impossessano della mia infelicissima anima al punto che penso più ai piaceri sensuali che alla preghiera“;

Quale regina o nobile donna non invidiava le mie gioie e il mio letto?

Passata la passione, restava l’amore:

“Non ho mai cercato nulla in te, Dio lo sa, se non te; desideravo semplicemente te, nulla di tuo. Non volevo il vincolo del matrimonio, né una dote. Mi sforzavo di soddisfare non la mia voluttà o la mia volontà, ma le tue, come sai. E se il nome di moglie sembra più santo e più importante, per me è sempre stato più dolce quello di amica o, se non ti scandalizzi, concubina e persino prostituta”.

 

Conseguenze

La storia di Abelardo ed Eloisa fu così incredibile, da radicarsi nell’arte e nella letteratura, non solo tra i contemporanei alla vicenda, ma anche nei secoli successivi. Celebre è la storia di Paolo e Francesca (Inferno V), che Dante scrisse proprio traendo ispirazione dalla vicenda dei due amanti francesi. Poi c’è Victor Hugo, che nel suo romanzo Notre-Dame de Paris, descrive i due scheletri abbracciati, secondo la leggenda medievale. Alexandre Pope, invece, scrive addirittura un carme, Lettera di Eloisa ad Abelardo, trasformando in poesia i sentimenti di lei esposti nelle varie lettere che inviò al suo amato. Anche Jean-Jacques Rousseau trasse ispirazione dalla vicenda per il suo romanzo La nuova Eloisa, che narra la storia d’amore tra Giulia e il suo maestro.

Forse la storia d’amore di Eloisa e Abelardo continua a smuovere i nostri animi per il semplice fatto che sia accaduta davvero. Non è un romanzo, non è una tragedia teatrale, non è un film, ma la pura realtà. Il fatto che il loro amore fiammeggi ancora tra le pagine delle lettere e dell’Historia calamitatum, così dettagliato, così vivo, umano, viscerale, lascia tutti noi ammutoliti, perché abbatte il muro del tempo, facendosi portavoce della nostra umanità, identica da sempre e per sempre.

 

Marianna Alfieri

 

 

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