Immersa nei boschi genovesi per secoli, tra leggenda, mistero e storia, la chiesa di San Martino di Licciorno si è rivelata al mondo soltanto due anni fa, grazie alla passione, allo studio e ad un lavoro di valorizzazione svolto dagli abitanti di Prato Sopralacroce. Ecco la sua storia.

Ci troviamo nel bosco di Prato Sopralacroce, un piccolissimo paese nell’entroterra genovese. Di generazione in generazione, sono stati tramandati i racconti dei più anziani, che da piccoli passavano sempre accanto ad una piccola chiesa in rovina, mentre andavano a raccogliere i ginepri per Natale. Alcuni possedevano anche delle foto d’epoca dell’edificio.

Fu così che un giorno, due anni fa, Alice Signaigo, innamorata delle bellezze del suo paese poco conosciute, grazie ai racconti dei più anziani, si avventurò nei boschi, finché non trovò la famosa chiesa medievale di San Martino in Licciorno, quasi immersa nella vegetazione, dalla quale emergeva fieramente il campanile.

Da quel momento, Alice mobilitò tutti gli abitanti di Sopralacroce, in modo tale la chiesa avesse la giustizia che meritava. Adele Repetto, abitante del paese laureata in Conservazione dei Beni Culturali, ricostruì la storia dell’edificio consultando tutti i documenti che lo nominano; altri compaesani pulirono tutti i sentieri che conducevano al luogo sacro; ogni anno il comune organizza una rievocazione medievale presso la chiesa; ben presto, il FAI la inserisce nella lista dei luoghi del cuore e organizza delle visite. Sono tutti traguardi che nel giro di due anni hanno portato molti visitatori (800 in soli due giorni!), permettendo alla chiesa di San Martino di Licciorno di essere conosciuta da tutti.

La zona, infatti, presenta altri due capolavori artistici più conosciuti, a Borzone, nelle immediate vicinanze: l’antica abbazia medievale e il volto megalitico, una scultura di 4 metri per 7, di epoca preistorica, della quale non si sa quasi nulla. Si dice che, siccome il volto assomiglia a quello di Cristo, i monaci medievali si convinsero a costruire proprio lì nelle vicinanze il loro monastero.

                          

Ma torniamo alla chiesa di San Martino nascosta nel bosco: è sempre stata così isolata?

Il termine “Licciorno” suggerisce la presenza di boschi e di lecci vicini alla chiesa, ma nel Medioevo essa non era affatto isolata. Probabilmente la fondazione dell’edificio risale al XII secolo, anche se ciò non esclude la sua presenza nei secoli precedenti. Il primo documento che la cita risale al secolo successivo, al 1268, che la vede sotto la giurisdizione della pieve di Lavagna. Trovandosi in una posizione baricentrica rispetto alle varie borgate che la circondano, infatti, la chiesa di San Martino doveva avere un ruolo molto importante, in quanto tutti gli abitanti dell’intera valle potevano beneficiare dei servizi religiosi. Inoltre, in un documento del 1366, vengono citati altri due borghi attorno alla chiesa, purtroppo scomparsi nel corso dei secoli.

La tradizione popolare attribuisce la fondazione della chiesa ai monaci di Borzone, anche se le fonti storiche al momento non possono dimostrarlo. Tuttavia, è molto probabile che vi fossero perlomeno dei contatti, dato che in epoca romanica erano molto frequenti gli accordi tra pievi e monasteri per il controllo spirituale ed economico dei territori.

Perché la chiesa è stata abbandonata?

Come tutte le chiese medievali rurali italiane, San Martino di Liciorno fu progressivamente abbandonata a favore della nuova parrocchiale nel cuore cittadino. Tuttavia, nel Settecento fu svolto un consistente restauro. Sul perché sia stata nuovamente abbandonata e addirittura dimenticata dopo il Settecento, non è ancora dato saperlo. Gran parte della struttura è crollata, rimangono soltanto alcuni muri perimetrali e il campanile. Miracolosamente, si è conservato anche un affresco, raffigurante San Martino e i santi Lorenzo, Rocco, Sebastiano e Antonio Abate che intercedono presso la Vergine e la Santissima Trinità.

                           

Mentre la storia di San Martino di Licciorno è riemersa in questi anni, la macabra leggenda legata a questa chiesa non ha mai smesso di pulsare nella memoria di Prato Sopralacroce:

pare che, adiacente alla chiesa, ci fosse anche un piccolo cimitero, luogo in cui dopo il tramonto i fuochi fatui, ovvero le anime dei defunti, rompevano il silenzio. Una notte, una donna di Zolezzi volle dar prova del proprio coraggio per sfatare questa credenza, passando da sola l’intera notte nel cimitero di San Martino. Portò con sé il fuso e la rocca per filare la lana e ingannare il tempo, finché, a notte fonda, il fuso le sfuggì di mano. La donna si alzò per cercarlo ma, all’improvviso, si sentì tirare la gonna verso terra: forse qualcuno la stava tirando da una tomba! La poveretta non resse allo spavento. La mattina seguente, chi andò a verificare l’esito della sua sfida, ebbe un’amara sorpresa, trovandola morta nel camposanto, con il fuso impigliato nella gonna, ben conficcato per terra, vicino a una tomba.

Se la leggenda non ha un lieto fine, senza dubbio la realtà ne ha dato uno alla chiesa di San Martino di Licciorno, grazie alla passione, allo studio e all’orgoglio degli abitanti di Prato Sopralacroce, che amano la loro terra e la loro arte, che dopotutto è anche nostra. Una storia da prendere come esempio, dato che in ogni luogo d’Italia ci sono ancora tante opere d’arte di cui prendersi cura.

Marianna Alfieri

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